Settimo Cielo di Sandro Magister: Una bussola nella babele di « Amoris laetitia »-mille excuses pour cet intrtminable bavardage mais c’est un italien!

Settimo Cielo di Sandro Magister

Una bussola nella babele di « Amoris laetitia »

Un « Vademecum » come questo proprio ci voleva, per indicare la strada nella babele delle opposte interpretazioni di « Amoris laetitia » e soprattutto del suo controverso capitolo ottavo, quello sulla comunione ai divorziati risposati:

> J. Granados, St. Kampowski, J.J. Pérez-Soba, « Amoris laetitia. Accompagnare, discernere, integrare. Vademecum per una nuova pastorale familiare », Cantagalli, Siena, 2016, pp. 176, euro 13.

Chiaro, argomentato, autorevole, questo « Vademecum » è stato pensato e scritto proprio in quell’istituto pontificio che Giovanni Paolo II ha voluto creare a sostegno della pastorale della famiglia, con sede centrale a Roma nella Pontificia Università Lateranense, con sedi periferiche in tutto il mondo e con primo suo animatore e preside Carlo Caffarra, poi arcivescovo di Bologna e cardinale.

Ne sono autori tre docenti di questo istituto: gli spagnoli José Granados e Juan-José Pérez-Soba, teologi, e il tedesco Stephan Kampowski, filosofo.

La versione italiana del libro, edita da Cantagalli, è uscita in questi giorni. E così la spagnola. Quella tedesca, pubblicata da Christiana-Verlag, sarà in libreria in febbraio. E presto uscirà anche l’inglese.

Così Livio Melina, preside fino a pochi mesi fa del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, ha presentato i contenuti di questo « Vademecum » sulla rivista « Tempi »:

> « Amoris laetitia ». Una interpretazione legittima, coerente, feconda

Qui sotto è riprodotta la parte centrale della sua presentazione, quella che va al cuore della controversia.

Interpretando e applicando « Amoris laetitia » come qui indicato, non avrebbero più ragion d’essere i « dubia » presentati a papa Francesco da quattro cardinali e finora rimasti senza risposta.

Un motivo in più per riflettere con serietà sugli argomenti di questo « Vademecum ». Se tanti vescovi che finora sono rimasti in silenzio lo facessero proprio e lo offrissero come linee guida ai propri sacerdoti e fedeli, la controversia che dilacera la Chiesa muterebbe salutarmente di segno.

*

NEMMENO SANT’IGNAZIO QUI AMMETTEVA ECCEZIONI

di Livio Melina

L’integrazione in una comunione piena di quelle persone che vivono segnate da un amore smarrito (AL 291) non può in nessun modo essere confusa con una mera inclusione sociale. Se si confonde la dinamica ecclesiale, di cui parla « Amoris laetitia » che la intende come partecipazione al mistero di comunione, con una logica sociologica, allora si tenderà a concepire ogni ostacolo all’inclusione come un’ingiusta discriminazione che vìola diritti fondamentali e si cercherà la soluzione non nel richiamo e nell’aiuto alla conversione, ma nel cambiamento delle norme ingiuste.

L’integrazione dovrà mirare ad una rigenerazione delle persone, perché, come nel caso dei divorziati entrati in nuove unioni, si ristabilisca una condotta di vita in armonia col vincolo indissolubile del matrimonio validamente celebrato. Per questo non si dovrà mai parlare di «situazioni irreversibili».

Contro l’idea individualistica e spiritualistica di una “chiesa invisibile” in cui tutto è risolto nel foro insindacabile della coscienza privata, gli autori richiamano i criteri oggettivi di appartenenza al Corpo di Cristo: la confessione pubblica della stessa fede, la comunione visibile con la Chiesa, la condotta di vita in armonia con i sacramenti.

In tal senso ciò che nei divorziati entrati in una seconda unione si oppone alla piena integrazione, anche eucaristica, non è tanto il “fallimento” del matrimonio validamente celebrato, quanto la seconda unione stabilita in contraddizione col vincolo sacramentale indissolubile. […] Proprio per questo il proposito serio di uscire dalla situazione obiettivamente contraddittoria con il vincolo coniugale validamente contratto è condizione necessaria per la validità dell’assoluzione sacramentale.

Il foro sacramentale infatti non può essere la semplice legittimazione della coscienza individuale, magari erronea, ma aiuto alla conversione per una autentica integrazione al Corpo visibile della Chiesa, secondo le esigenze di coerenza tra proclamazione della fede e condotta di vita.

In tal senso vengono anche proposte delle spiegazioni delle note 336 e 351, rispettivamente dei nn. 300 e 305 di AL, che ne mostrano la continuità col magistero precedente della Chiesa, in particolare di « Familiaris consortio » 84 e di « Sacramentum Caritatis » 29. È questa la novità che il documento di papa Francesco porta alla pastorale ecclesiale: la misericordia non è semplice compassione emotiva, né può confondersi con una tolleranza complice del male, ma è offerta – sempre gratuitamente e generosamente proposta alla libertà – di una possibilità di ritorno a Dio, che ha la natura di un itinerario sacramentale ed ecclesiale.

Quanto al discernimento, esso non può avere come oggetto né lo stato di grazia delle persone, su cui la Chiesa sa di dover lasciare il giudizio solo a Dio (cfr. Concilio di Trento, DH 1534), né può vertere sulla possibilità di osservare i comandamenti di Dio, per i quali sempre è donata la grazia sufficiente a chi la chiede (Concilio di Trento, DH 1536). Il giudizio della Chiesa di non ammettere all’eucaristia i divorziati risposati civilmente o conviventi non equivale al giudizio che essi vivano in peccato mortale: è piuttosto un giudizio sul loro stato di vita, che è in contraddizione oggettiva con il mistero dell’unione fedele tra Cristo e la sua Chiesa.

Contro ogni individualismo e spiritualismo, la tradizione magisteriale della Chiesa ha proclamato la realtà pubblica e sacramentale del matrimonio e dell’eucaristia: per accedervi il non aver coscienza di peccati mortali è condizione soggettiva necessaria, ma non sufficiente.

Gli autori ricordano opportunamente come sant’Ignazio di Loyola, maestro del discernimento degli spiriti, affermasse che su due cose non poteva esserci discernimento: sulla possibilità di compiere atti cattivi, già condannati da comandamenti di Dio, o sulla fedeltà ad una scelta di vita già effettuata e suggellata da un sacramento o da una promessa pubblica. E il comandamento di «non commettere adulterio» non è mai stato considerato dalla Chiesa un consiglio, ma un precetto di Dio che non ammette eccezioni.

L’oggetto del discernimento può dunque riguardare tre fattori della vita.

In primo luogo il proprio desiderio rispetto all’eucaristia: desidero veramente la comunione con Cristo, da cui è inseparabile l’impegno di una vita conforme al suo insegnamento, o piuttosto desidero qualcos’altro? L’eucaristia infatti non è mai per nessuno un diritto ed essendo un sacramento della Chiesa non è una mera questione privata “tra me e Gesù”.

In secondo luogo, oggetto del discernimento è il vincolo matrimoniale, che dev’essere anch’esso oggetto di una dichiarazione giuridica pubblica, riguardando un atto sacramentale di unione tra due persone.

Infine e soprattutto il discernimento auspicato da « Amoris laetitia » deve riguardare i passi concreti per un cammino di ritorno ad una forma di vita conforme al Vangelo: la riconciliazione è possibile?

Difendendo il vincolo la Chiesa non solo è fedele alla parola di Gesù, ma anche è paladina dei più deboli e indifesi. La verifica può riguardare anche l’obbligo di lasciare l’unione non coniugale, cui ci si è impegnati, e se sussistano le «ragioni gravi» per eventualmente restarvi. Infine il discernimento può riguardare i modi per giungere a vivere l’astinenza e per riprendersi dopo eventuali cadute.

L’obiettivo del discernimento non è perciò quello di aggirare le leggi con eccezioni, ma di trovare i modi di un cammino di conversione realistico, con l’aiuto della grazia di Dio.
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24 gennaio 2017
Italiano
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24 gen
A Compass in the Chaos of « Amoris Laetitia »

AL

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A “Handbook” like this is just what was needed, to show the way in the chaos of conflicting interpretations of “Amoris Laetitia” and above all of its controversial eighth chapter, that on communion for the divorced and remarried:

> J. Granados, St. Kampowski, J.J. Pérez-Soba, « Amoris laetitia. Accompagnare, discernere, integrare. Vademecum per una nuova pastorale familiare », Cantagalli, Siena, 2016, 176 pp., 13 euro.

Clear, cogent, authoritative, this “Handbook” was conceived and written at none other than the pontifical institute that John Paul II wanted to create in support of the pastoral care of the family, with its headquarters in Rome at the Pontifical Lateran University, with branches all over the world and as its first driving force and president Carlo Caffarra, afterward archbishop of Bologna and cardinal.

The authors are three professors at this institute: the Spaniards José Granados and Juan-José Pérez-Soba, and the German Stephan Kampowski, a philosopher.

The Italian version of the book has been released in recent days. As has the Spanish. The German, published by Christiana-Verlag, will be in bookstores in February. And it will soon come out in English, too.

This is how Livio Melina, until a few months ago the president of the Pontifical John Paul II Institute for Studies on Marriage and Family, presented the contents of this “Handbook” in the magazine « Tempi »:

> « Amoris laetitia ». Una interpretazione legittima, coerente, feconda

Below is reproduced the central part of his presentation, the part that goes to the heart of the controversy.

In interpreting and applying “Amoris Laetitia” as indicated here, there would no longer be any reason for the “dubia” presented to Pope Francis by four cardinals and so far left unanswered.

One more reason to reflect seriously on the points of this “Handbook.” If the many bishops who have remained silent so far would take it to heart and offer it as a set of guidelines for their priests and faithfull, the controversy that is tearing the Church apart would take a turn for the better.

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NOT EVEN SAINT IGNATIUS ALLOWED EXCEPTIONS HERE

by Livio Melina

The integration into full communion of those persons who show signs of a wounded love (AL 291) can in no way be confused with mere social inclusion. If one confuses the ecclesial dynamic, which “Amoris Laetitia” intends as participation in the mystery of communion, with a sociological logic, then the tendency will be to conceive of every obstacle to inclusion as a form of unjust indiscrimination that violates fundamental rights and to seek the solution not in appeals and help toward conversion, but in changing unfair norms.

Integration must aim at a regeneration of persons, so that, as in the case of the divorced who have entered into new unions, a way of life may be reestablished that is in harmony with the indissoluble bond of the validly celebrated marriage. This is why there should never be talk of “irreversible situations.”

Against the individualistic and spiritualistic idea of an “invisible church” in which everything is resolved in the unquestionable forum of the private conscience, the authors recall the objective criteria of belonging to the Body of Christ: public confession of the same faith, visible communion with the Church, conduct of life in harmony with the sacraments.

In this sense, that which in the divorced who have entered into a second union is opposed to full integration, including Eucharistic, is not so much the “failure” of the validly celebrated marriage as the second union established in contradiction with the indissoluble sacramental bond. [. . .] This is precisely why the serious resolution of getting out of the situation that is objectively contradictory with the validly contracted conjugal bond is a necessary condition for the validity of sacramental absolution.

The sacramental forum, in fact, cannot be the simple legitimization of the individual conscience, perhaps erroneous, but help toward conversion for an authentic integration into the visible Body of the Church, according to the demands of consistency between proclamation of faith and conduct of life.

It is also in this sense that explanations are proposed for footnotes 336 and 351, respectively to nos. 300 and 305 of AL, which demonstrate their continuity with the preceding magisterium of the Church, in particular with « Familiaris Consortio » 84 and “Sacramentum Caritatis » 29. This is the innovation that the document of Pope Francis brings to ecclesial pastoral care: mercy is not mere emotional compassion, nor can it be confused with a tolerance that is complicit in the evil, but is an offer – always gratuitously and generously proposed to freedom – of a possibility of returning to God, which has the nature of a sacramental and ecclesial journey.

As for discernment, this cannot have as its object the person’s state of grace, the judgment of which the Church knows must be left only to God (cf. Council of Trent, DH 1534), nor can it focus upon the possibility of observing the commandments of God, for which sufficient grace is always given to those who ask for it (Council of Trent, DH 1536). The Church’s judgment not to admit to the Eucharist the divorced who are civilly remarried or cohabiting does not equate to the judgment that they are living in mortal sin: it is rather a judgment on their state of life, which is in objective contradiction with the mystery of the faithful union between Christ and his Church.

Against all individualism and spiritualism, the Church’s magisterial tradition has proclaimed the public and sacramental reality of marriage and the Eucharist: in order to receive it, not being aware of mortal sin is a subjective condition that is necessary, but not sufficient.

The authors opportunely recall how Saint Ignatius of Loyola, a master of the discernment of spirits, affirmed that there could be no discernment on two things: on the possibility of committing evil actions, which is already condemned by God’s commandments, or on fidelity to a chosen way of life already undertaken and sealed by a sacrament or a public promise. And the Church has never considered the commandment “do not commit adultery” as a counsel, but as a precept of God that does not admit exceptions.

The object of discernment can therefore concern three factors of life.

In the first place, one’s desire with respect to the Eucharist: do I really desire communion with Christ, which is inseparable from the commitment to a life in keeping with his teaching, or do I instead desire something else? The Eucharist, in fact, is never a right for anyone, and being a sacrament of the Church it is not a mere private question “between me and Jesus.”

In the second place, the object of discernment is the marriage bond, which must also be the object of a public juridical declaration, concerning a sacramental act of union between two persons.

Finally and above all, the discernment hoped for by “Amoris Laetitia” must regard the concrete steps for a journey of return to a form of life in keeping with the Gospel: is reconciliation possible? In defending the bond the Church is not only faithful to the word of Jesus, but is also a champion of the weak and defenseless. The scrutiny can also concern the obligation to leave the non-conjugal union that has been entered, and if there are “serious reasons” to eventually remain in it. Finally, discernment can concern the ways to arrive at living in abstinence and for recovering after any falls.

The objective of discernment is therefore not that of bypassing the laws with exceptions, but of finding the ways of a realistic journey of conversion, with the help of God’s grace.

(English translation by Matthew Sherry, Ballwin, Missouri, U.S.A.)
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24 gennaio 2017
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24 gen
Una brújula en la Babel de « Amoris laetitia »

AL_SP

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Queríamos justamente un « Vademecum » como éste, para señalar el camino en la torre de Babel de las interpretaciones opuestas de « Amoris laetitia » y sobre todo de su controvertido capítulo octavo, el de la comunión a los divorciados que se han vuelto a casar:

> J. Granados, St. Kampowski, J.J. Pérez-Soba, « Acompañar, discernir, integrar. Vademécum para una nueva pastoral familiar a partir de la exhortación Amoris laetitia », Editorial Monte Carmelo, Burgos, 2016, pp. 160, euro 14.

Claro, fundamentado, autorizado, este « Vademecum » ha sido pensado y escrito justamente en el pontificio instituto que Juan Pablo II quiso crear para apoyar la pastoral de la familia, con sede central en Roma, en la Pontificia Universidad Lateranense, con sedes periféricas en todo el mundo y con Carlo Caffarra como su primer animador y decano, luego arzobispo de Boloña y cardenal.

Son autores de este “Vademecum” tres docentes de este instituto: los españoles José Granados y Juan-José Pérez-Soba, teólogos, y el alemán Stephan Kampowski, filósofo.

La versión italiana del libro salió a la venta en estos días. Al igual que la española. La alemana, publicada por Christiana-Verlag, estará en librerías en febrero. Y prontó aparecerá también la versión en inglés.

Por eso Livio Melina, hasta hace pocos meses decano del Pontificio Instituto Juan Pablo II para los Estudios sobre el Matrimonio y la Familia, presentó los contenidos de este « Vademecum » en la revista « Tempi »:

> « Amoris laetitia ». Una interpretazione legittima, coerente, feconda

A continuación se reproduce la parte central de su presentación, la cual va al corazón de la controversia.

Si se interpretara y aplicara « Amoris laetitia » tal como se indica aquí, no tendrían más razón de ser las « dubia » presentadas al papa Francisco por cuatro cardenales y que hasta ahora no han recibido ninguna respuesta.

Un motivo más para reflexionar con seriedad sobre los argumentos de este « Vademecum ». Si tantos obispos que hasta ahora han permanecido en silencio lo hicieran suyo y lo ofrecieran como lineamientos a sus propios sacerdotes y fieles, la controversia que desgarra a la Iglesia mutaría saludablemente de signo.

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NI SIQUIERA SAN IGNACIO ADMITÍA AQUÍ EXCEPCIONES

por Livio Melina

La integración en una comunión plena de esas personas que viven signadas por un amor extraviado (AL 291) no puede confundirse de ninguna manera con una mera inclusión social. Si se confunde la dinámica eclesial de la que habla « Amoris laetitia » (que la entiende como participación en el misterio de comunión) con una lógica sociológica, entonces se tenderá a concebir todo obstáculo a la inclusión como una discriminación injusta que viola derechos fundamentales y se buscará la solución no en la llamada y en la ayuda a la conversión, sino en el cambio de las normas injustas.

La integración deberá apuntar a una regeneración de las personas para que, como en el caso de los divorciados que han ingresado a una nueva unión, se restablezca una conducta de vida en armonía con el vínculo indisoluble del matrimonio válidamente celebrado. Es por eso que nunca se deberá hablar de «situaciones irreversibles».

Contra la idea individualista y espiritualista de una “Iglesia invisible” en la que todo se resuelve en el fuero incuestionable de la conciencia privada, los autores recuerdan los criterios objetivos de pertenencia al Cuerpo de Cristo: la confesión pública de la misma fe, la comunión visible con la Iglesia, la conducta de vida en armonía con los sacramentos.

En este sentido, lo que en los divorciados que han ingresado a una segunda unión se opone a la integración plena, también eucarística, no es tanto el “fracaso” del matrimonio válidamente celebrado, sino la segunda unión establecida en contradicción con el vínculo sacramental indisoluble. […] Precisamente por esto el propósito serio de salir de la situación objetivamente contradictoria con el vínculo conyugal válidamente contraído es condición necesaria para la validez de la absolución sacramental.

En efecto, el fuero sacramental no puede ser la simple legitimación de la conciencia individual, tal vez errónea, sino una ayuda a la conversión para una auténtica integración al Cuerpo visible de la Iglesia, según las exigencias de coherencia entre la proclamación de la fe y la conducta de vida.

En este sentido, se proponen también propuestas de explicación de las notas 336 y 351, respectivamente de los nn. 300 y 305 de AL, las que muestran la continuidad con el magisterio anterior de la Iglesia, en particular de « Familiaris consortio » n. 84 y de « Sacramentum Caritatis » n. 29. Ésta es la novedad que el documento del papa Francisco lleva a la pastoral eclesial: la misericordia no es simple compasión emotiva, ni puede confundirse con la tolerancia cómplice del mal, sino que es ofrecida – siempre propuesta a la libertad en forma gratuita y generosa – como una posibilidad de retorno a Dios, retorno que tiene la naturaleza de un itinerario sacramental y eclesial.

En cuanto al discernimiento, éste no puede tener como objeto ni el estado de gracia de las personas, sobre la cual la Iglesia sabe que debe dejar el juicio solamente a Dios (cfr. Concilio de Trento, DH n. 1534), ni puede depender de la posibilidad de observar los mandamientos de Dios, para los cuales siempre se da la gracia suficiente a quien la pide (Concilio de Trento, DH n. 1536). El juicio de la Iglesia de no admitir a la Eucaristía a los divorciados que se han vuelto a casar civilmente o conviven de hecho no equivale al juicio que ellos vivan en pecado mortal: es más bien un juicio sobre su estado de vida, que está en contradicción objetiva con el misterio de la unión fiel entre Cristo y su Iglesia.

Contra todo individualismo y espiritualismo, la tradición magisterial de la Iglesia ha proclamado la realidad pública y sacramental del matrimonio y de la eucaristía: para acceder a ellos no tener conciencia de pecados mortales es condición subjetiva necesaria, pero no suficiente.

Los autores recuerdan oportunamente cómo san Ignacio de Loyola, maestro del discernimiento de los espíritus, afirmaba que había dos cosas sobre las que no podía ejercitar el discernimiento: sobre la posibilidad de llevar a cabo actos malos, ya condenados por los mandamientos de Dios, o sobre la fidelidad a una elección de vida ya efectuada y rubricada por un sacramento o por una promesa pública. El mandamiento de «no cometer adulterio» jamás ha sido considerado por la Iglesia como un consejo, sino como un precepto de Dios que no admite excepciones.

El objeto del discernimiento puede entonces remitir a tres factores de la vida.

En primer lugar, el propio deseo respecto a la Eucaristía: ¿deseo verdaderamente la comunión con Cristo, de la que es inseparable el compromiso de una vida conforme a su enseñanza, o más bien deseo otra cosa? En efecto, la Eucaristía no es jamás un derecho para nadie y al ser un sacramento de la Iglesia no es una mera cuestión privada “entre yo y Jesús”.

En segundo lugar, objeto del discernimiento es el vínculo matrimonial, el cual debe ser también él objeto de una declaración jurídica pública, incluyendo un acto sacramental de unión entre dos personas.

Por último y sobre todo, el discernimiento esperado por « Amoris laetitia » debe remitir a los pasos concretos para un camino de retorno a una forma de vida conforme al Evangelio: ¿la reconciliación es posible? Al defender el vínculo la Iglesia no es sólo fiel a la palabra de Jesús, sino que también es paladín de los más débiles e indefensos. La comprobación puede referirse también a la obligación de dejar la unión no conyugal, con la que se está comprometido, y si subsisten las «razones graves» para eventualmente permanecer en ella. Por último, el discernimiento puede referirse a los modos para llegar a vivir en abstinencia y para recuperarse después de eventuales caídas.

El objetivo del discernimiento no es entonces desobedecer las leyes fundándose en excepciones, sino encontrar los modos de un camino de conversión realista, con la ayuda de la gracia de Dios.

(Traducción en español de José Arturo Quarracino, Temperley, Buenos Aires, Argentina)
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24 gennaio 2017
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23 gen
Parolin gela le illusioni. Da Roma a Pechino c’è ancora « un lungo cammino »

Parolin

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> Tutti gli articoli di Settimo Cielo in italiano

*

Al World Economic Forum di Davos ha fatto colpo la presenza, per la prima volta, del premier cinese Xi Jinping.

Ma a Davos si è recato anche il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano. E il vicedirettore del « Wall Street Journal » Matt Murray non ha mancato l’occasione di intervistarlo sui rapporti tra la Santa Sede e la Cina.

Ecco il video dei tre minuti dell’intervista:

> The Vatican Is Hopeful for Warmer Relations With China

Dalle parole del cardinale Parolin si ricava che a suo giudizio una « normalizzazione » dei rapporti tra Roma e Pechino « non è facile » e « c’è bisogno di molta pazienza e perseveranza ».

Ma più che una « normalizzazione » dei rapporti – ha affermato il cardinale – « l’obiettivo più importante della Santa Sede » è « trovare una vita normale per la Chiesa cattolica ».

Questo perché – ha spiegato – in Cina « ci sono le due Chiese », quella « ufficiale » e quella « cosiddetta sotterranea ». E mentre per la prima « il problema è la comunione con la Santa Sede, la comunione con il Santo Padre », per la seconda c’è l’esigenza di « essere riconosciuta », affinché possa « vivere apertamente e professare apertamente la fede ».

Obiettivi che necessitano entrambi di « un lungo cammino », ha concluso Parolin, « perché c’è una storia alle nostre spalle che è molto, molto, molto difficile ».

*

POST SCRIPTUM – In un’intervista a « El País » del 22 gennaio, papa Francesco ha detto cose che collimano solo in parte con quelle dette dal cardinale Parolin:

« C’è una commissione che sta lavorando con la Cina e che si riunisce ogni tre mesi, una volta qui e un’altra a Pechino. C’è molto dialogo con la Cina. La Cina ha sempre un alone di mistero che è affascinante… Andare in Cina? Quando mi inviteranno. Lo sanno loro. Comunque in Cina le chiese sono piene. Si può praticare la religione in Cina ».

In effetti, che la pratica della religione in Cina sia così pacifica è affermazione che fa a pugni con i giudizi del cardinale segretario di Stato, per il quale « vivere apertamente e professare apertamente la fede » non è un dato acquisito ma un obiettivo lontano e difficile.

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Tutti i precedenti articoli di Settimo Cielo e di http://www.chiesa sul tema:

> Focus su CINA
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23 gennaio 2017
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23 gen
Parolin Curbs the Enthusiasm. From Rome To Beijing There Is Still « a Long Way » To Go

Parolin

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There was a stir at the World Economic Forum in Davos over the presence, for the first time, of Chinese premier Xi Jinping.

But another visitor in Davos was Cardinal Pietro Parolin, the Vatican secretary of state. And the deputy editor of the “Wall Street Journal,” Matt Murray, did not miss the opportunity to interview him on the relations between the Holy See and China.

Here is the video of the three-minute interview:

> The Vatican Is Hopeful for Warmer Relations With China

It can be gathered from Cardinal Parolin’s words that in his judgment a “normalization” of relations between Rome and Beijing “is not easy » and « needs a lot of patience and perseverance.”

But more than a “normalization” of relations – the cardinal affirmed – “the most important goal of the Holy See » is « to find a normal life for the Catholic Church.”

This is because – he explained – in China “there are the two Churches,” the “official” one and the “so-called underground.” And while for the first “the problem is communion with the Holy See, communion with the Holy Father,” for the second there is the need “to be recognized », so that it can « live openly and profess openly the faith. »

Both objectives that have « a long way » to go, Parolin concluded, « because there is a history behind us which is very very very difficult ».

(English translation by Matthew Sherry, Ballwin, Missouri, U.S.A.)

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All the previous articles from Settimo Cielo and http://www.chiesa on this topic:

> Focus on CHINA
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23 gennaio 2017
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23 gen
Parolin congela las ilusiones. Desde Roma a Pekín hay aún « un largo camino »

Parolin

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> Todos los artículos de Settimo Cielo en español

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En el World Economic Forum de Davos ha causado estupor la presencia, por primera vez, del presidente chino Xi Jinping.

Pero también ha ido a Davos el cardenal Pietro Parolin, secretario de Estado vaticano.Y el vice-director del « Wall Street Journal », Matt Murray, ha aprovechado la ocasión para entrevistarlo acerca de las relaciones entre la Santa Sede y China.

He aquí el vídeo de los tres minutos de la entrevista:

> The Vatican Is Hopeful for Warmer Relations With China

De las palabras del cardenal Parolin se concluye que en su opinión una « normalización » de las relaciones entre Roma y Pekín « no es fácil » y « se necesita mucha paciencia y perseverancia ».

Pero más que una « normalización » de las relaciones -ha afirmado el cardenal- « el objetivo más importante de la Santa Sede » es « encontrar una vida normal para la Iglesia católica ».

Esto es debido, ha explicado, al hecho de que en China « hay dos Iglesias », la « oficial » y la « denominada subterránea ». Mientras para la primera « el problema es la comunión con la Santa Sede, la comunión con el Santo Padre », para la segunda la exigencia es « ser reconocida », para que así pueda « vivir y profesar abiertamente la fe ».

Objetivos que necesitan, ambos, de « un largo camino », ha concluido Parolin, « porque hay una historia a nuestras espaldas que es muy, muy, muy difícil ».

(Traducción en español de Helena Faccia Serrano, Alcalá de Henares, España)

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Todos los artículos anteriores de Settimo Cielo y http://www.chiesa sobre el tema:

> Focus a CHINA
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23 gennaio 2017
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21 gen
Brasile, Africa, Germania… Geografia di una Chiesa a pezzi

Norcia

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Per papa Francesco il 2017 è cominciato amaro. La sua popolarità continua ad essere alta, ma senza che vi corrisponda una pari vivacità della pratica religiosa. In America latina si registrano addirittura dei crolli.

Clamoroso il caso del Brasile, dove quelli che dichiarano di appartenere alla Chiesa cattolica sono precipitati negli ultimi due anni dal 60 al 50 per cento della popolazione, stando a un recentissimo, capillare sondaggio di Datafolha.

Appena mezzo secolo fa in Brasile si diceva cattolica la quasi totalità della popolazione. Nel 2000 la quota era scesa al 62 per cento e lì si era stabilizzata. Ma ora di nuovo cala in picchiata, proprio mentre a Roma regna per la prima volta un papa latinoamericano.

L’unico continente in cui i cattolici continuano a crescere a ritmo sostenuto è l’Africa subsahariana. Ma la Chiesa africana, con i suoi vescovi e cardinali, è anche la più rocciosa antagonista dei cambiamenti che papa Francesco ha messo in moto. Paradossalmente, il papa chiamato dai confini del mondo con la volontà di rinnovare la Chiesa si deve appoggiare alle estenuate e svuotate Chiese nazionali del Vecchio Continente, in primis quella di Germania, per mettere in pratica il suo programma, scontrandosi con la resistenza tenace proprio delle giovani e ferventi Chiese africane.

Anche dentro la curia romana questa frattura è visibile a occhio nudo. Il cardinale prediletto da Jorge Mario Bergoglio è l’ottuagenario Walter Kasper, tedesco, mentre quello a lui più antitetico è il guineano Robert Sarah, eroe e faro per larga parte della Chiesa cattolica, non solo d’Africa.

Nei due sinodi convocati nel 2014 e nel 2015 papa Francesco toccò con mano le resistenze alle innovazioni che voleva introdurre, su quel terreno minato che è la cura pastorale della famiglia.

Per domare gli oppositori giocò d’astuzia. come candidamente rivelò a cose fatte un suo pupillo, l’arcivescovo Bruno Forte, quando riferì queste parole testuali a lui dette dal papa durante il sinodo: « Se parliamo esplicitamente di comunione ai divorziati risposati, questi non sai che casino ci combinano. Allora non parliamone in modo diretto, tu fai in modo che ci siano le premesse, poi le conclusioni le trarrò io ».

In effetti è andata proprio così. Bergoglio non disse mai chiaramente che voleva ammettere alla comunione i divorziati risposati, atto mai consentito in precedenza dalla Chiesa cattolica. Ma diede corda ai paladini dell’innovazione, in testa i tedeschi. E archiviato il doppio sinodo senza vincitori né vinti, provvide lui a tirare le somme nell’esortazione apostolica « Amoris laetitia », dove infilò le novità a lui care in un paio di sibilline note a piè di pagina, tra il detto e il non detto.

Ma appunto, quel « casino », parola sua, che era riuscito a scongiurare in sinodo, Francesco se l’è visto scoppiare dopo, perché le ambiguità da lui volutamente introdotte in « Amoris laetitia » hanno dato la stura a un’ingovernabile esplosione di interpretazioni teoriche e di applicazioni pratiche contrastanti.

Col risultato, ad esempio, che nella diocesi di Roma la comunione ai divorziati risposati che vivono « more uxorio » è ammessa, mentre nella diocesi di Firenze non ancora; a San Diego sì e a Philadelphia no. E così in tutto l’orbe cattolico, dove tra diocesi e diocesi e tra parrocchia e parrocchia vigono ormai le prassi più diverse ed opposte, e tutte si richiamano alla rispettiva lettura di « Amoris laetitia ».

In gioco non ci sono solo i sì o i no alla comunione, ma la fine dell’indissolubilità del matrimonio e l’ammissione del divorzio anche nella Chiesa cattolica, come già avviene tra protestanti e ortodossi.

Quattro cardinali, l’italiano Caffarra, lo statunitense Burke e i tedeschi Meisner e Brandmüller, questi ultimi all’opposto di altri loro connazionali, hanno chiesto pubblicamente al papa di sciogliere una volta per tutte con una parola chiara i « dubbi » dottrinali e pratici messi in circolo da « Amoris laetitia ».

Francesco non ha risposto. Né lo potrà fare, a meno di contraddire se stesso.

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h

*

For Pope Francis 2017 got off to a bitter start. His popularity remains high, but without a corresponding rise in religious practice. Latin America is even witnessing declines.

The glaring case is Brazil, where those who say they belong to the Catholic Church have plunged over the last two years from 60 to 50 percent of the population, according to a brand-new grassroots survey by Datafolha.

Just half a century ago in Brazil, almost the whole population identified as Catholic. By 2000 the share had gone down to 62 percent and had stabilized there. But now it is again taking a nosedive, precisely during the first reign of a Latin American pope.

The only continent on which the numbers of Catholics continue to grow at a sustained pace is sub-Saharan Africa. But the African Church, with its bishops and cardinals, is also the most rugged opponent against the changes that Pope Francis has set in motion. Paradoxically, the pope called from the ends of the earth with the intention of renewing the Church has to rely on the worn out and depleted national Churches of the Old Continent, in primis that of Germany, in order to put his plan into practice, coming up against the tenacious resistance of none other than the young and fervent African Churches.

Even within the Roman curia this fracture is visible to the naked eye. The cardinal favored by Jorge Mario Bergoglio is the octogenarian Walter Kasper, a German, while the one most antithetical to him is the Guinean Robert Sarah, a hero and beacon for a large portion of the Catholic Church, and not only in Africa.

In the two synods convened in 2014 and 2015, Pope Francis experienced firsthand the resistance to the innovations that he wanted to introduce, on that minefield which is the pastoral care of the family.

He used a crafty trick to tame the opposition, as one of his proteges, Archbishop Bruno Forte, candidly revealed after the fact when he related these actual words that the pope had said to him during the synod: “If we talk explicitly about communion for the divorced and remarried, you have no idea what a mess these guys will make for us. So let’s not talk about it directly, you get the premises in place and then I will draw the conclusions.”

In effect, that is just how it went. Bergoglio never stated clearly that he wanted to allow communion for the divorced and remarried, an act never before permitted by the Catholic Church. But he gave slack to the champions of innovation, the Germans foremost. And once the double synod was on the books without winners or losers, he himself saw to adding it all up in the apostolic exhortation “Amoris Laetitia,” where he slipped the innovations so dear to him into a couple of sibylline footnotes, between the said and the unsaid.

But that’s just it, the “mess,” in his words, that he had been able to ward off at the synod erupted for Francis afterward, because the ambiguities he intentionally introduced into “Amoris Laetitia” have released an unmanageable explosion of contrasting theoretical interpretations and practical applications.

With the result, for example, that in the diocese of Rome communion for the divorced and remarried who live “more uxorio” is allowed, while in the diocese of Florence it is not yet; in San Diego yes and in Philadelphia no. And this is the way it is all over the Catholic world, where from diocese to diocese and from parish to parish the most varied and opposing practices now hold sway, and all of them appeal to their respective interpretation of “Amoris Laetitia.”

What is at stake is not only the yes or no to communion, but the end of the indissolubility of marriage and the admission of divorce in the Catholic Church too, as already happens among Protestants and Orthodox.

Four cardinals, Caffarra of Italy, Burke of the United States, and the Germans Meisner and Brandmüller, these last two going against some of their countrymen, have publicly asked the pope to dispel once and for all with a clear statement the doctrinal and practical “doubts” put into circulation by “Amoris Laetitia.”

Francis has not responded. Nor could he, without contradicting himself.

__________

Para el papa Francisco el 2017 comenzó amargo. Su popularidad sigue siendo alta, pero sin que haya un ascenso similar de la práctica religiosa. En América Latina, directamente se registran derrumbes.

Es clamoroso el caso de Brasil, donde los que declaran pertenecer a la Iglesia Católica han descendido en los últimos dos años del 60 al 50% de la población, según una muy reciente y detallada encuesta de Datafolha.

Hace apenas medio siglo, en Brasil se decía católica la casi totalidad de la población. En el 2000 el porcentaje había descendido al 62% y se estabilizó allí. Pero ahora de nuevo cae bruscamente, justamente mientras en Roma reina por primera vez un Papa latinoamericano.

El único continente en el que los católicos continúan creciendo a ritmo sostenido es el África subsahariana. Pero la Iglesia africana, con sus obispos y cardenales, es también la más dura antagonista de los cambios que el papa Francisco puso en movimiento. Paradójicamente, el Papa llamado desde los confines del mundo, con la voluntad de renovar la Iglesia, debe apoyarse en las extenuadas y vacías Iglesias nacionales del viejo continente, en primer lugar la de Alemania, para poner en práctica su programa, pero encontrándose precisamente con la resistencia tenaz de las jóvenes y fervientes Iglesias africanas.

También dentro de la curia romana esta fractura es visible a simple vista. El cardenal predilecto de Jorge Mario Bergoglio es el octogenario Walter Kasper, alemán, mientras que el más opuesto a él es el guineano Robert Sarah, héroe y faro para gran parte de la Iglesia Católica, no sólo de África.

En los dos sínodos convocados en el 2014 y en el 2015 el papa Francisco percibió personalmente las resistencias a las innovaciones que quería introducir, en ese terreno minado que es el cuidado pastoral de la familia.

Para domar a los opositores hizo una jugada astuta, como cándidamente reveló a posteriori un protegido suyo, el arzobispo Bruno Forte, cuando mencionó estas palabras textuales dichas a él por el Papa durante el sínodo: « Si hablamos explícitamente de comunión a los divorciados que se han vuelto a casar, no sabemos qué desorden podemos llegar a provocar. Entonces no hablemos de modo directo, hazlo de tal forma que estén presentes las premisas, después yo extraeré las conclusiones ».

De hecho, es exactamente lo que sucedió. Bergoglio no dijo nunca claramente que quería admitir a la comunión a los divorciados que se han vuelto a casar, acto jamás permitido anteriormente por la Iglesia Católica. Pero le dio cuerda a los paladines de la innovación, con los alemanes a la cabeza. Y archivado el doble sínodo sin vencedores ni vencidos, él mismo se ocupó de extraer los resúmenes en la exhortación apostólica « Amoris laetitia », en la que deslizó las novedades queridas por él en un par de sibilinas notas a pie de página, entre lo dicho y lo no dicho.

Pero justamente ese « desorden », palabra suya, que logró evitar en el sínodo, Francisco lo ha visto surgir después, porque las ambigüedades deliberadamente introducidas por él en « Amoris laetitia » han desatado una ingobernable explosión de interpretaciones teóricas y de aplicaciones prácticas contradictorias.

Con el resultado, por ejemplo, que en la diócesis de Roma se admite la comunión a los divorciados que se han vuelto a casar y que viven « more uxorio », mientras que en la diócesis de Florencia todavía no; en San Diego sí y en Filadelfia no. Y así en todo el orbe católico, donde entre diócesis y diócesis y entre parroquia y parroquia se aplican ya las prácticas más diferentes y opuestas, y todas se remiten a la respectiva lectura de « Amoris laetitia ».

No sólo están en juego los sí o los no a la comunión, sino el final de la indisolubilidad del matrimonio y la admisión del divorcio también en la Iglesia Católica, como ya está sucediendo entre protestantes y ortodoxos.

Cuatro cardenales, el italiano Caffarra, el estadounidense Burke y los alemanes Meisner y Brandmüller, éstos últimos en la postura opuesta a la de otros connacionales suyos, han pedido públicamente al Papa que resuelva con una palabra de una vez por todas las « dudas » doctrinales y prácticas puestas en circulación por « Amoris laetitia ».

Francisco no ha respondido hasta ahora. Ni lo podrá hacer, a menos que se contradiga a sí mismo.

(Traducción en español de José Arturo Quarracino, Temperley, Buenos Aires, Argentina)

*

Quella dei vescovi di Malta, con il suo turbolento retroscena, è solo l’ultima delle istruzioni che alcuni vescovi hanno dato alle rispettive diocesi, su come interpretare e mettere in pratica « Amoris laetitia ».

Istruzioni spesso tra loro contraddittorie, per cui avviene che in una diocesi la comunione ai divorziati risposati che vivono « more uxorio » è ammessa, mentre in un’altra diocesi, magari confinante, no.

Ma c’è di più. Accade persino che in qualche diocesi siano ammessi ufficialmente sia il « sì » che il « no », tutti e due insieme.

È questo il caso, ad esempio, dell’arcidiocesi di Firenze.

Qui l’arcivescovo, il cardinale Giuseppe Betori, ha fatto partire un « percorso diocesano di formazione » per istruire i sacerdoti e fedeli sulla giusta lettura di « Amoris laetitia ».

Nella prima tappa del percorso, lo scorso 8 ottobre, per una introduzione generale al documento di papa Francesco, Betori chiamò il cardinale Ennio Antonelli, suo predecessore come arcivescovo di Firenze e poi presidente dal 2008 al 2012 del pontificio consiglio per la famiglia, un’autorità in materia.

Antonelli dettò istruzioni in perfetta continuità con il magistero dei precedenti papi, escludendo quindi la comunione ai divorziati risposati che vivono « more uxorio ». E tenne fermo questo divieto nonostante pochi giorni prima, per la diocesi di Roma, il cardinale vicario Agostino Vallini avesse dato il via libera alla comunione, con l’approvazione di Francesco:

> A Roma sì, a Firenze no. Ecco come « Amoris laetitia » divide la Chiesa

Dopo di che, una volta al mese, Betori ha chiamato e sta chiamando altri oratori, per illustrare l’uno dopo l’altro i vari capitoli di « Amoris laetitia ».

Ma a chi affiderà, il 25 marzo, il compito di dettare le linee guida per l’interpretazione del capitolo ottavo, quello più controverso?

A monsignor Basilio Petrà, presidente dei teologi moralisti italiani, cioè a uno dei più accesi sostenitori del via libera alla comunione ai divorziati risposati.

In un ampio commento dell’esortazione sinodale pubblicato lo scorso aprile sulla rivista « Il Regno », Petrà ha addirittura escluso come « non necessario » l’affidarsi al sacerdote e al foro interno sacramentale, cioè alla confessione, per « discernere » se un divorziato risposato può fare la comunione.

Ha scritto:

« Il fedele illuminato potrebbe giungere alla decisione che nel suo caso non ci sia la necessità della confessione ».

E ha spiegato:

« È [infatti] del tutto possibile che una persona non abbia l’adeguata consapevolezza morale e/o non abbia libertà di agire diversamente e che, pur facendo qualcosa oggettivamente considerato grave, non compia un peccato grave in senso morale e dunque non abbia il dovere di confessarsi per accedere all’eucaristia. ‘Amoris laetitia’ al n. 301 allude chiaramente a questa dottrina ».

Come dire: libero ciascuno di fare da sé, « illuminato » o inconsapevole che sia.

Al 25 marzo mancano un paio di mesi. E da qui ad allora per il clero e i fedeli di Firenze dovrebbe continuare a valere il « no » dettato e argomentato dal cardinale Antonelli.

Ma dopo il 25 marzo anche il « sì » avrà valore ufficiale. Nella stessa diocesi. E ci si stupisce se poi nascono dei « dubia » sulla chiarezza di « Amoris laetitia »?

Dal 2002 al 2016 quindici anni di notizie, analisi, documenti sulla Chiesa cattolica. In italiano, inglese, francese e spagnolo

From 2002 to 2016 fifteen years of news, analysis, documents on the Catholic Church. In Italian, English, French, and Spanish

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De 2002 a 2016 quince años de noticias, análisis y documentos sobre la Iglesia católica. En italiano, inglés, francés y español
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Un « Vademecum » come questo proprio ci voleva, per indicare la strada nella babele delle opposte interpretazioni di « Amoris laetitia » e soprattutto del suo controverso capitolo ottavo, quello sulla comunione ai divorziati risposati:

> J. Granados, St. Kampowski, J.J. Pérez-Soba, « Amoris laetitia. Accompagnare, discernere, integrare. Vademecum per una nuova pastorale familiare », Cantagalli, Siena, 2016, pp. 176, euro 13.

Chiaro, argomentato, autorevole, questo « Vademecum » è stato pensato e scritto proprio in quell’istituto pontificio che Giovanni Paolo II ha voluto creare a sostegno della pastorale della famiglia, con sede centrale a Roma nella Pontificia Università Lateranense, con sedi periferiche in tutto il mondo e con primo suo animatore e preside Carlo Caffarra, poi arcivescovo di Bologna e cardinale.

Ne sono autori tre docenti di questo istituto: gli spagnoli José Granados e Juan-José Pérez-Soba, teologi, e il tedesco Stephan Kampowski, filosofo.

La versione italiana del libro, edita da Cantagalli, è uscita in questi giorni. E così la spagnola. Quella tedesca, pubblicata da Christiana-Verlag, sarà in libreria in febbraio. E presto uscirà anche l’inglese.

Così Livio Melina, preside fino a pochi mesi fa del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, ha presentato i contenuti di questo « Vademecum » sulla rivista « Tempi »:

> « Amoris laetitia ». Una interpretazione legittima, coerente, feconda

Qui sotto è riprodotta la parte centrale della sua presentazione, quella che va al cuore della controversia.

Interpretando e applicando « Amoris laetitia » come qui indicato, non avrebbero più ragion d’essere i « dubia » presentati a papa Francesco da quattro cardinali e finora rimasti senza risposta.

Un motivo in più per riflettere con serietà sugli argomenti di questo « Vademecum ». Se tanti vescovi che finora sono rimasti in silenzio lo facessero proprio e lo offrissero come linee guida ai propri sacerdoti e fedeli, la controversia che dilacera la Chiesa muterebbe salutarmente di segno.

*

NEMMENO SANT’IGNAZIO QUI AMMETTEVA ECCEZIONI

di Livio Melina

L’integrazione in una comunione piena di quelle persone che vivono segnate da un amore smarrito (AL 291) non può in nessun modo essere confusa con una mera inclusione sociale. Se si confonde la dinamica ecclesiale, di cui parla « Amoris laetitia » che la intende come partecipazione al mistero di comunione, con una logica sociologica, allora si tenderà a concepire ogni ostacolo all’inclusione come un’ingiusta discriminazione che vìola diritti fondamentali e si cercherà la soluzione non nel richiamo e nell’aiuto alla conversione, ma nel cambiamento delle norme ingiuste.

L’integrazione dovrà mirare ad una rigenerazione delle persone, perché, come nel caso dei divorziati entrati in nuove unioni, si ristabilisca una condotta di vita in armonia col vincolo indissolubile del matrimonio validamente celebrato. Per questo non si dovrà mai parlare di «situazioni irreversibili».

Contro l’idea individualistica e spiritualistica di una “chiesa invisibile” in cui tutto è risolto nel foro insindacabile della coscienza privata, gli autori richiamano i criteri oggettivi di appartenenza al Corpo di Cristo: la confessione pubblica della stessa fede, la comunione visibile con la Chiesa, la condotta di vita in armonia con i sacramenti.

In tal senso ciò che nei divorziati entrati in una seconda unione si oppone alla piena integrazione, anche eucaristica, non è tanto il “fallimento” del matrimonio validamente celebrato, quanto la seconda unione stabilita in contraddizione col vincolo sacramentale indissolubile. […] Proprio per questo il proposito serio di uscire dalla situazione obiettivamente contraddittoria con il vincolo coniugale validamente contratto è condizione necessaria per la validità dell’assoluzione sacramentale.

Il foro sacramentale infatti non può essere la semplice legittimazione della coscienza individuale, magari erronea, ma aiuto alla conversione per una autentica integrazione al Corpo visibile della Chiesa, secondo le esigenze di coerenza tra proclamazione della fede e condotta di vita.

In tal senso vengono anche proposte delle spiegazioni delle note 336 e 351, rispettivamente dei nn. 300 e 305 di AL, che ne mostrano la continuità col magistero precedente della Chiesa, in particolare di « Familiaris consortio » 84 e di « Sacramentum Caritatis » 29. È questa la novità che il documento di papa Francesco porta alla pastorale ecclesiale: la misericordia non è semplice compassione emotiva, né può confondersi con una tolleranza complice del male, ma è offerta – sempre gratuitamente e generosamente proposta alla libertà – di una possibilità di ritorno a Dio, che ha la natura di un itinerario sacramentale ed ecclesiale.

Quanto al discernimento, esso non può avere come oggetto né lo stato di grazia delle persone, su cui la Chiesa sa di dover lasciare il giudizio solo a Dio (cfr. Concilio di Trento, DH 1534), né può vertere sulla possibilità di osservare i comandamenti di Dio, per i quali sempre è donata la grazia sufficiente a chi la chiede (Concilio di Trento, DH 1536). Il giudizio della Chiesa di non ammettere all’eucaristia i divorziati risposati civilmente o conviventi non equivale al giudizio che essi vivano in peccato mortale: è piuttosto un giudizio sul loro stato di vita, che è in contraddizione oggettiva con il mistero dell’unione fedele tra Cristo e la sua Chiesa.

Contro ogni individualismo e spiritualismo, la tradizione magisteriale della Chiesa ha proclamato la realtà pubblica e sacramentale del matrimonio e dell’eucaristia: per accedervi il non aver coscienza di peccati mortali è condizione soggettiva necessaria, ma non sufficiente.

Gli autori ricordano opportunamente come sant’Ignazio di Loyola, maestro del discernimento degli spiriti, affermasse che su due cose non poteva esserci discernimento: sulla possibilità di compiere atti cattivi, già condannati da comandamenti di Dio, o sulla fedeltà ad una scelta di vita già effettuata e suggellata da un sacramento o da una promessa pubblica. E il comandamento di «non commettere adulterio» non è mai stato considerato dalla Chiesa un consiglio, ma un precetto di Dio che non ammette eccezioni.

L’oggetto del discernimento può dunque riguardare tre fattori della vita.

In primo luogo il proprio desiderio rispetto all’eucaristia: desidero veramente la comunione con Cristo, da cui è inseparabile l’impegno di una vita conforme al suo insegnamento, o piuttosto desidero qualcos’altro? L’eucaristia infatti non è mai per nessuno un diritto ed essendo un sacramento della Chiesa non è una mera questione privata “tra me e Gesù”.

In secondo luogo, oggetto del discernimento è il vincolo matrimoniale, che dev’essere anch’esso oggetto di una dichiarazione giuridica pubblica, riguardando un atto sacramentale di unione tra due persone.

Infine e soprattutto il discernimento auspicato da « Amoris laetitia » deve riguardare i passi concreti per un cammino di ritorno ad una forma di vita conforme al Vangelo: la riconciliazione è possibile?

Difendendo il vincolo la Chiesa non solo è fedele alla parola di Gesù, ma anche è paladina dei più deboli e indifesi. La verifica può riguardare anche l’obbligo di lasciare l’unione non coniugale, cui ci si è impegnati, e se sussistano le «ragioni gravi» per eventualmente restarvi. Infine il discernimento può riguardare i modi per giungere a vivere l’astinenza e per riprendersi dopo eventuali cadute.

L’obiettivo del discernimento non è perciò quello di aggirare le leggi con eccezioni, ma di trovare i modi di un cammino di conversione realistico, con l’aiuto della grazia di Dio.

*

A “Handbook” like this is just what was needed, to show the way in the chaos of conflicting interpretations of “Amoris Laetitia” and above all of its controversial eighth chapter, that on communion for the divorced and remarried:

> J. Granados, St. Kampowski, J.J. Pérez-Soba, « Amoris laetitia. Accompagnare, discernere, integrare. Vademecum per una nuova pastorale familiare », Cantagalli, Siena, 2016, 176 pp., 13 euro.

Clear, cogent, authoritative, this “Handbook” was conceived and written at none other than the pontifical institute that John Paul II wanted to create in support of the pastoral care of the family, with its headquarters in Rome at the Pontifical Lateran University, with branches all over the world and as its first driving force and president Carlo Caffarra, afterward archbishop of Bologna and cardinal.

The authors are three professors at this institute: the Spaniards José Granados and Juan-José Pérez-Soba, and the German Stephan Kampowski, a philosopher.

The Italian version of the book has been released in recent days. As has the Spanish. The German, published by Christiana-Verlag, will be in bookstores in February. And it will soon come out in English, too.

This is how Livio Melina, until a few months ago the president of the Pontifical John Paul II Institute for Studies on Marriage and Family, presented the contents of this “Handbook” in the magazine « Tempi »:

> « Amoris laetitia ». Una interpretazione legittima, coerente, feconda

Below is reproduced the central part of his presentation, the part that goes to the heart of the controversy.

In interpreting and applying “Amoris Laetitia” as indicated here, there would no longer be any reason for the “dubia” presented to Pope Francis by four cardinals and so far left unanswered.

One more reason to reflect seriously on the points of this “Handbook.” If the many bishops who have remained silent so far would take it to heart and offer it as a set of guidelines for their priests and faithfull, the controversy that is tearing the Church apart would take a turn for the better.

*

NOT EVEN SAINT IGNATIUS ALLOWED EXCEPTIONS HERE

by Livio Melina

The integration into full communion of those persons who show signs of a wounded love (AL 291) can in no way be confused with mere social inclusion. If one confuses the ecclesial dynamic, which “Amoris Laetitia” intends as participation in the mystery of communion, with a sociological logic, then the tendency will be to conceive of every obstacle to inclusion as a form of unjust indiscrimination that violates fundamental rights and to seek the solution not in appeals and help toward conversion, but in changing unfair norms.

Integration must aim at a regeneration of persons, so that, as in the case of the divorced who have entered into new unions, a way of life may be reestablished that is in harmony with the indissoluble bond of the validly celebrated marriage. This is why there should never be talk of “irreversible situations.”

Against the individualistic and spiritualistic idea of an “invisible church” in which everything is resolved in the unquestionable forum of the private conscience, the authors recall the objective criteria of belonging to the Body of Christ: public confession of the same faith, visible communion with the Church, conduct of life in harmony with the sacraments.

In this sense, that which in the divorced who have entered into a second union is opposed to full integration, including Eucharistic, is not so much the “failure” of the validly celebrated marriage as the second union established in contradiction with the indissoluble sacramental bond. [. . .] This is precisely why the serious resolution of getting out of the situation that is objectively contradictory with the validly contracted conjugal bond is a necessary condition for the validity of sacramental absolution.

The sacramental forum, in fact, cannot be the simple legitimization of the individual conscience, perhaps erroneous, but help toward conversion for an authentic integration into the visible Body of the Church, according to the demands of consistency between proclamation of faith and conduct of life.

It is also in this sense that explanations are proposed for footnotes 336 and 351, respectively to nos. 300 and 305 of AL, which demonstrate their continuity with the preceding magisterium of the Church, in particular with « Familiaris Consortio » 84 and “Sacramentum Caritatis » 29. This is the innovation that the document of Pope Francis brings to ecclesial pastoral care: mercy is not mere emotional compassion, nor can it be confused with a tolerance that is complicit in the evil, but is an offer – always gratuitously and generously proposed to freedom – of a possibility of returning to God, which has the nature of a sacramental and ecclesial journey.

As for discernment, this cannot have as its object the person’s state of grace, the judgment of which the Church knows must be left only to God (cf. Council of Trent, DH 1534), nor can it focus upon the possibility of observing the commandments of God, for which sufficient grace is always given to those who ask for it (Council of Trent, DH 1536). The Church’s judgment not to admit to the Eucharist the divorced who are civilly remarried or cohabiting does not equate to the judgment that they are living in mortal sin: it is rather a judgment on their state of life, which is in objective contradiction with the mystery of the faithful union between Christ and his Church.

Against all individualism and spiritualism, the Church’s magisterial tradition has proclaimed the public and sacramental reality of marriage and the Eucharist: in order to receive it, not being aware of mortal sin is a subjective condition that is necessary, but not sufficient.

The authors opportunely recall how Saint Ignatius of Loyola, a master of the discernment of spirits, affirmed that there could be no discernment on two things: on the possibility of committing evil actions, which is already condemned by God’s commandments, or on fidelity to a chosen way of life already undertaken and sealed by a sacrament or a public promise. And the Church has never considered the commandment “do not commit adultery” as a counsel, but as a precept of God that does not admit exceptions.

The object of discernment can therefore concern three factors of life.

In the first place, one’s desire with respect to the Eucharist: do I really desire communion with Christ, which is inseparable from the commitment to a life in keeping with his teaching, or do I instead desire something else? The Eucharist, in fact, is never a right for anyone, and being a sacrament of the Church it is not a mere private question “between me and Jesus.”

In the second place, the object of discernment is the marriage bond, which must also be the object of a public juridical declaration, concerning a sacramental act of union between two persons.

Finally and above all, the discernment hoped for by “Amoris Laetitia” must regard the concrete steps for a journey of return to a form of life in keeping with the Gospel: is reconciliation possible? In defending the bond the Church is not only faithful to the word of Jesus, but is also a champion of the weak and defenseless. The scrutiny can also concern the obligation to leave the non-conjugal union that has been entered, and if there are “serious reasons” to eventually remain in it. Finally, discernment can concern the ways to arrive at living in abstinence and for recovering after any falls.

The objective of discernment is therefore not that of bypassing the laws with exceptions, but of finding the ways of a realistic journey of conversion, with the help of God’s grace.

(English translation by Matthew Sherry, Ballwin, Missouri, U.S.A.)
ol

*

Queríamos justamente un « Vademecum » como éste, para señalar el camino en la torre de Babel de las interpretaciones opuestas de « Amoris laetitia » y sobre todo de su controvertido capítulo octavo, el de la comunión a los divorciados que se han vuelto a casar:

> J. Granados, St. Kampowski, J.J. Pérez-Soba, « Acompañar, discernir, integrar. Vademécum para una nueva pastoral familiar a partir de la exhortación Amoris laetitia », Editorial Monte Carmelo, Burgos, 2016, pp. 160, euro 14.

Claro, fundamentado, autorizado, este « Vademecum » ha sido pensado y escrito justamente en el pontificio instituto que Juan Pablo II quiso crear para apoyar la pastoral de la familia, con sede central en Roma, en la Pontificia Universidad Lateranense, con sedes periféricas en todo el mundo y con Carlo Caffarra como su primer animador y decano, luego arzobispo de Boloña y cardenal.

Son autores de este “Vademecum” tres docentes de este instituto: los españoles José Granados y Juan-José Pérez-Soba, teólogos, y el alemán Stephan Kampowski, filósofo.

La versión italiana del libro salió a la venta en estos días. Al igual que la española. La alemana, publicada por Christiana-Verlag, estará en librerías en febrero. Y prontó aparecerá también la versión en inglés.

Por eso Livio Melina, hasta hace pocos meses decano del Pontificio Instituto Juan Pablo II para los Estudios sobre el Matrimonio y la Familia, presentó los contenidos de este « Vademecum » en la revista « Tempi »:

> « Amoris laetitia ». Una interpretazione legittima, coerente, feconda

A continuación se reproduce la parte central de su presentación, la cual va al corazón de la controversia.

Si se interpretara y aplicara « Amoris laetitia » tal como se indica aquí, no tendrían más razón de ser las « dubia » presentadas al papa Francisco por cuatro cardenales y que hasta ahora no han recibido ninguna respuesta.

Un motivo más para reflexionar con seriedad sobre los argumentos de este « Vademecum ». Si tantos obispos que hasta ahora han permanecido en silencio lo hicieran suyo y lo ofrecieran como lineamientos a sus propios sacerdotes y fieles, la controversia que desgarra a la Iglesia mutaría saludablemente de signo.

*

NI SIQUIERA SAN IGNACIO ADMITÍA AQUÍ EXCEPCIONES

por Livio Melina

La integración en una comunión plena de esas personas que viven signadas por un amor extraviado (AL 291) no puede confundirse de ninguna manera con una mera inclusión social. Si se confunde la dinámica eclesial de la que habla « Amoris laetitia » (que la entiende como participación en el misterio de comunión) con una lógica sociológica, entonces se tenderá a concebir todo obstáculo a la inclusión como una discriminación injusta que viola derechos fundamentales y se buscará la solución no en la llamada y en la ayuda a la conversión, sino en el cambio de las normas injustas.

La integración deberá apuntar a una regeneración de las personas para que, como en el caso de los divorciados que han ingresado a una nueva unión, se restablezca una conducta de vida en armonía con el vínculo indisoluble del matrimonio válidamente celebrado. Es por eso que nunca se deberá hablar de «situaciones irreversibles».

Contra la idea individualista y espiritualista de una “Iglesia invisible” en la que todo se resuelve en el fuero incuestionable de la conciencia privada, los autores recuerdan los criterios objetivos de pertenencia al Cuerpo de Cristo: la confesión pública de la misma fe, la comunión visible con la Iglesia, la conducta de vida en armonía con los sacramentos.

En este sentido, lo que en los divorciados que han ingresado a una segunda unión se opone a la integración plena, también eucarística, no es tanto el “fracaso” del matrimonio válidamente celebrado, sino la segunda unión establecida en contradicción con el vínculo sacramental indisoluble. […] Precisamente por esto el propósito serio de salir de la situación objetivamente contradictoria con el vínculo conyugal válidamente contraído es condición necesaria para la validez de la absolución sacramental.

En efecto, el fuero sacramental no puede ser la simple legitimación de la conciencia individual, tal vez errónea, sino una ayuda a la conversión para una auténtica integración al Cuerpo visible de la Iglesia, según las exigencias de coherencia entre la proclamación de la fe y la conducta de vida.

En este sentido, se proponen también propuestas de explicación de las notas 336 y 351, respectivamente de los nn. 300 y 305 de AL, las que muestran la continuidad con el magisterio anterior de la Iglesia, en particular de « Familiaris consortio » n. 84 y de « Sacramentum Caritatis » n. 29. Ésta es la novedad que el documento del papa Francisco lleva a la pastoral eclesial: la misericordia no es simple compasión emotiva, ni puede confundirse con la tolerancia cómplice del mal, sino que es ofrecida – siempre propuesta a la libertad en forma gratuita y generosa – como una posibilidad de retorno a Dios, retorno que tiene la naturaleza de un itinerario sacramental y eclesial.

En cuanto al discernimiento, éste no puede tener como objeto ni el estado de gracia de las personas, sobre la cual la Iglesia sabe que debe dejar el juicio solamente a Dios (cfr. Concilio de Trento, DH n. 1534), ni puede depender de la posibilidad de observar los mandamientos de Dios, para los cuales siempre se da la gracia suficiente a quien la pide (Concilio de Trento, DH n. 1536). El juicio de la Iglesia de no admitir a la Eucaristía a los divorciados que se han vuelto a casar civilmente o conviven de hecho no equivale al juicio que ellos vivan en pecado mortal: es más bien un juicio sobre su estado de vida, que está en contradicción objetiva con el misterio de la unión fiel entre Cristo y su Iglesia.

Contra todo individualismo y espiritualismo, la tradición magisterial de la Iglesia ha proclamado la realidad pública y sacramental del matrimonio y de la eucaristía: para acceder a ellos no tener conciencia de pecados mortales es condición subjetiva necesaria, pero no suficiente.

Los autores recuerdan oportunamente cómo san Ignacio de Loyola, maestro del discernimiento de los espíritus, afirmaba que había dos cosas sobre las que no podía ejercitar el discernimiento: sobre la posibilidad de llevar a cabo actos malos, ya condenados por los mandamientos de Dios, o sobre la fidelidad a una elección de vida ya efectuada y rubricada por un sacramento o por una promesa pública. El mandamiento de «no cometer adulterio» jamás ha sido considerado por la Iglesia como un consejo, sino como un precepto de Dios que no admite excepciones.

El objeto del discernimiento puede entonces remitir a tres factores de la vida.

En primer lugar, el propio deseo respecto a la Eucaristía: ¿deseo verdaderamente la comunión con Cristo, de la que es inseparable el compromiso de una vida conforme a su enseñanza, o más bien deseo otra cosa? En efecto, la Eucaristía no es jamás un derecho para nadie y al ser un sacramento de la Iglesia no es una mera cuestión privada “entre yo y Jesús”.

En segundo lugar, objeto del discernimiento es el vínculo matrimonial, el cual debe ser también él objeto de una declaración jurídica pública, incluyendo un acto sacramental de unión entre dos personas.

Por último y sobre todo, el discernimiento esperado por « Amoris laetitia » debe remitir a los pasos concretos para un camino de retorno a una forma de vida conforme al Evangelio: ¿la reconciliación es posible? Al defender el vínculo la Iglesia no es sólo fiel a la palabra de Jesús, sino que también es paladín de los más débiles e indefensos. La comprobación puede referirse también a la obligación de dejar la unión no conyugal, con la que se está comprometido, y si subsisten las «razones graves» para eventualmente permanecer en ella. Por último, el discernimiento puede referirse a los modos para llegar a vivir en abstinencia y para recuperarse después de eventuales caídas.

El objetivo del discernimiento no es entonces desobedecer las leyes fundándose en excepciones, sino encontrar los modos de un camino de conversión realista, con la ayuda de la gracia de Dios.

*

Al World Economic Forum di Davos ha fatto colpo la presenza, per la prima volta, del premier cinese Xi Jinping.

Ma a Davos si è recato anche il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano. E il vicedirettore del « Wall Street Journal » Matt Murray non ha mancato l’occasione di intervistarlo sui rapporti tra la Santa Sede e la Cina.

Ecco il video dei tre minuti dell’intervista:

> The Vatican Is Hopeful for Warmer Relations With China

Dalle parole del cardinale Parolin si ricava che a suo giudizio una « normalizzazione » dei rapporti tra Roma e Pechino « non è facile » e « c’è bisogno di molta pazienza e perseveranza ».

Ma più che una « normalizzazione » dei rapporti – ha affermato il cardinale – « l’obiettivo più importante della Santa Sede » è « trovare una vita normale per la Chiesa cattolica ».

Questo perché – ha spiegato – in Cina « ci sono le due Chiese », quella « ufficiale » e quella « cosiddetta sotterranea ». E mentre per la prima « il problema è la comunione con la Santa Sede, la comunione con il Santo Padre », per la seconda c’è l’esigenza di « essere riconosciuta », affinché possa « vivere apertamente e professare apertamente la fede ».

Obiettivi che necessitano entrambi di « un lungo cammino », ha concluso Parolin, « perché c’è una storia alle nostre spalle che è molto, molto, molto difficile ».

*

POST SCRIPTUM – In un’intervista a « El País » del 22 gennaio, papa Francesco ha detto cose che collimano solo in parte con quelle dette dal cardinale Parolin:

« C’è una commissione che sta lavorando con la Cina e che si riunisce ogni tre mesi, una volta qui e un’altra a Pechino. C’è molto dialogo con la Cina. La Cina ha sempre un alone di mistero che è affascinante… Andare in Cina? Quando mi inviteranno. Lo sanno loro. Comunque in Cina le chiese sono piene. Si può praticare la religione in Cina ».

In effetti, che la pratica della religione in Cina sia così pacifica è affermazione che fa a pugni con i giudizi del cardinale segretario di Stato, per il quale « vivere apertamente e professare apertamente la fede » non è un dato acquisito ma un obiettivo lontano e difficile.

There was a stir at the World Economic Forum in Davos over the presence, for the first time, of Chinese premier Xi Jinping.

But another visitor in Davos was Cardinal Pietro Parolin, the Vatican secretary of state. And the deputy editor of the “Wall Street Journal,” Matt Murray, did not miss the opportunity to interview him on the relations between the Holy See and China.

Here is the video of the three-minute interview:

> The Vatican Is Hopeful for Warmer Relations With China

It can be gathered from Cardinal Parolin’s words that in his judgment a “normalization” of relations between Rome and Beijing “is not easy » and « needs a lot of patience and perseverance.”

But more than a “normalization” of relations – the cardinal affirmed – “the most important goal of the Holy See » is « to find a normal life for the Catholic Church.”

This is because – he explained – in China “there are the two Churches,” the “official” one and the “so-called underground.” And while for the first “the problem is communion with the Holy See, communion with the Holy Father,” for the second there is the need “to be recognized », so that it can « live openly and profess openly the faith. »

Both objectives that have « a long way » to go, Parolin concluded, « because there is a history behind us which is very very very difficult ».

(English translation by Matthew Sherry, Ballwin, Missouri, U.S.A.)

*

*

En el World Economic Forum de Davos ha causado estupor la presencia, por primera vez, del presidente chino Xi Jinping.

Pero también ha ido a Davos el cardenal Pietro Parolin, secretario de Estado vaticano.Y el vice-director del « Wall Street Journal », Matt Murray, ha aprovechado la ocasión para entrevistarlo acerca de las relaciones entre la Santa Sede y China.

He aquí el vídeo de los tres minutos de la entrevista:

> The Vatican Is Hopeful for Warmer Relations With China

De las palabras del cardenal Parolin se concluye que en su opinión una « normalización » de las relaciones entre Roma y Pekín « no es fácil » y « se necesita mucha paciencia y perseverancia ».

Pero más que una « normalización » de las relaciones -ha afirmado el cardenal- « el objetivo más importante de la Santa Sede » es « encontrar una vida normal para la Iglesia católica ».

Esto es debido, ha explicado, al hecho de que en China « hay dos Iglesias », la « oficial » y la « denominada subterránea ». Mientras para la primera « el problema es la comunión con la Santa Sede, la comunión con el Santo Padre », para la segunda la exigencia es « ser reconocida », para que así pueda « vivir y profesar abiertamente la fe ».

Objetivos que necesitan, ambos, de « un largo camino », ha concluido Parolin, « porque hay una historia a nuestras espaldas que es muy, muy, muy difícil ».

*

Per papa Francesco il 2017 è cominciato amaro. La sua popolarità continua ad essere alta, ma senza che vi corrisponda una pari vivacità della pratica religiosa. In America latina si registrano addirittura dei crolli.

Clamoroso il caso del Brasile, dove quelli che dichiarano di appartenere alla Chiesa cattolica sono precipitati negli ultimi due anni dal 60 al 50 per cento della popolazione, stando a un recentissimo, capillare sondaggio di Datafolha.

Appena mezzo secolo fa in Brasile si diceva cattolica la quasi totalità della popolazione. Nel 2000 la quota era scesa al 62 per cento e lì si era stabilizzata. Ma ora di nuovo cala in picchiata, proprio mentre a Roma regna per la prima volta un papa latinoamericano.

L’unico continente in cui i cattolici continuano a crescere a ritmo sostenuto è l’Africa subsahariana. Ma la Chiesa africana, con i suoi vescovi e cardinali, è anche la più rocciosa antagonista dei cambiamenti che papa Francesco ha messo in moto. Paradossalmente, il papa chiamato dai confini del mondo con la volontà di rinnovare la Chiesa si deve appoggiare alle estenuate e svuotate Chiese nazionali del Vecchio Continente, in primis quella di Germania, per mettere in pratica il suo programma, scontrandosi con la resistenza tenace proprio delle giovani e ferventi Chiese africane.

Anche dentro la curia romana questa frattura è visibile a occhio nudo. Il cardinale prediletto da Jorge Mario Bergoglio è l’ottuagenario Walter Kasper, tedesco, mentre quello a lui più antitetico è il guineano Robert Sarah, eroe e faro per larga parte della Chiesa cattolica, non solo d’Africa.

Nei due sinodi convocati nel 2014 e nel 2015 papa Francesco toccò con mano le resistenze alle innovazioni che voleva introdurre, su quel terreno minato che è la cura pastorale della famiglia.

Per domare gli oppositori giocò d’astuzia. come candidamente rivelò a cose fatte un suo pupillo, l’arcivescovo Bruno Forte, quando riferì queste parole testuali a lui dette dal papa durante il sinodo: « Se parliamo esplicitamente di comunione ai divorziati risposati, questi non sai che casino ci combinano. Allora non parliamone in modo diretto, tu fai in modo che ci siano le premesse, poi le conclusioni le trarrò io ».

In effetti è andata proprio così. Bergoglio non disse mai chiaramente che voleva ammettere alla comunione i divorziati risposati, atto mai consentito in precedenza dalla Chiesa cattolica. Ma diede corda ai paladini dell’innovazione, in testa i tedeschi. E archiviato il doppio sinodo senza vincitori né vinti, provvide lui a tirare le somme nell’esortazione apostolica « Amoris laetitia », dove infilò le novità a lui care in un paio di sibilline note a piè di pagina, tra il detto e il non detto.

Ma appunto, quel « casino », parola sua, che era riuscito a scongiurare in sinodo, Francesco se l’è visto scoppiare dopo, perché le ambiguità da lui volutamente introdotte in « Amoris laetitia » hanno dato la stura a un’ingovernabile esplosione di interpretazioni teoriche e di applicazioni pratiche contrastanti.

Col risultato, ad esempio, che nella diocesi di Roma la comunione ai divorziati risposati che vivono « more uxorio » è ammessa, mentre nella diocesi di Firenze non ancora; a San Diego sì e a Philadelphia no. E così in tutto l’orbe cattolico, dove tra diocesi e diocesi e tra parrocchia e parrocchia vigono ormai le prassi più diverse ed opposte, e tutte si richiamano alla rispettiva lettura di « Amoris laetitia ».

In gioco non ci sono solo i sì o i no alla comunione, ma la fine dell’indissolubilità del matrimonio e l’ammissione del divorzio anche nella Chiesa cattolica, come già avviene tra protestanti e ortodossi.

Quattro cardinali, l’italiano Caffarra, lo statunitense Burke e i tedeschi Meisner e Brandmüller, questi ultimi all’opposto di altri loro connazionali, hanno chiesto pubblicamente al papa di sciogliere una volta per tutte con una parola chiara i « dubbi » dottrinali e pratici messi in circolo da « Amoris laetitia ».

Francesco non ha risposto. Né lo potrà fare, a meno di contraddire se stesso.

———-

Questa nota è uscita su « L’Espresso » n. 3 del 2017, in edicola il 22 gennaio, nella pagina d’opinione dal titolo « Settimo cielo » affidata a Sandro Magister.

Ecco l’indice di tutte le precedenti note:

For Pope Francis 2017 got off to a bitter start. His popularity remains high, but without a corresponding rise in religious practice. Latin America is even witnessing declines.

The glaring case is Brazil, where those who say they belong to the Catholic Church have plunged over the last two years from 60 to 50 percent of the population, according to a brand-new grassroots survey by Datafolha.

Just half a century ago in Brazil, almost the whole population identified as Catholic. By 2000 the share had gone down to 62 percent and had stabilized there. But now it is again taking a nosedive, precisely during the first reign of a Latin American pope.

The only continent on which the numbers of Catholics continue to grow at a sustained pace is sub-Saharan Africa. But the African Church, with its bishops and cardinals, is also the most rugged opponent against the changes that Pope Francis has set in motion. Paradoxically, the pope called from the ends of the earth with the intention of renewing the Church has to rely on the worn out and depleted national Churches of the Old Continent, in primis that of Germany, in order to put his plan into practice, coming up against the tenacious resistance of none other than the young and fervent African Churches.

Even within the Roman curia this fracture is visible to the naked eye. The cardinal favored by Jorge Mario Bergoglio is the octogenarian Walter Kasper, a German, while the one most antithetical to him is the Guinean Robert Sarah, a hero and beacon for a large portion of the Catholic Church, and not only in Africa.

In the two synods convened in 2014 and 2015, Pope Francis experienced firsthand the resistance to the innovations that he wanted to introduce, on that minefield which is the pastoral care of the family.

He used a crafty trick to tame the opposition, as one of his proteges, Archbishop Bruno Forte, candidly revealed after the fact when he related these actual words that the pope had said to him during the synod: “If we talk explicitly about communion for the divorced and remarried, you have no idea what a mess these guys will make for us. So let’s not talk about it directly, you get the premises in place and then I will draw the conclusions.”

In effect, that is just how it went. Bergoglio never stated clearly that he wanted to allow communion for the divorced and remarried, an act never before permitted by the Catholic Church. But he gave slack to the champions of innovation, the Germans foremost. And once the double synod was on the books without winners or losers, he himself saw to adding it all up in the apostolic exhortation “Amoris Laetitia,” where he slipped the innovations so dear to him into a couple of sibylline footnotes, between the said and the unsaid.

But that’s just it, the “mess,” in his words, that he had been able to ward off at the synod erupted for Francis afterward, because the ambiguities he intentionally introduced into “Amoris Laetitia” have released an unmanageable explosion of contrasting theoretical interpretations and practical applications.

With the result, for example, that in the diocese of Rome communion for the divorced and remarried who live “more uxorio” is allowed, while in the diocese of Florence it is not yet; in San Diego yes and in Philadelphia no. And this is the way it is all over the Catholic world, where from diocese to diocese and from parish to parish the most varied and opposing practices now hold sway, and all of them appeal to their respective interpretation of “Amoris Laetitia.”

What is at stake is not only the yes or no to communion, but the end of the indissolubility of marriage and the admission of divorce in the Catholic Church too, as already happens among Protestants and Orthodox.

Four cardinals, Caffarra of Italy, Burke of the United States, and the Germans Meisner and Brandmüller, these last two going against some of their countrymen, have publicly asked the pope to dispel once and for all with a clear statement the doctrinal and practical “doubts” put into circulation by “Amoris Laetitia.”

Francis has not responded. Nor could he, without contradicting himself.

__________

*

Para el papa Francisco el 2017 comenzó amargo. Su popularidad sigue siendo alta, pero sin que haya un ascenso similar de la práctica religiosa. En América Latina, directamente se registran derrumbes.

Es clamoroso el caso de Brasil, donde los que declaran pertenecer a la Iglesia Católica han descendido en los últimos dos años del 60 al 50% de la población, según una muy reciente y detallada encuesta de Datafolha.

Hace apenas medio siglo, en Brasil se decía católica la casi totalidad de la población. En el 2000 el porcentaje había descendido al 62% y se estabilizó allí. Pero ahora de nuevo cae bruscamente, justamente mientras en Roma reina por primera vez un Papa latinoamericano.

El único continente en el que los católicos continúan creciendo a ritmo sostenido es el África subsahariana. Pero la Iglesia africana, con sus obispos y cardenales, es también la más dura antagonista de los cambios que el papa Francisco puso en movimiento. Paradójicamente, el Papa llamado desde los confines del mundo, con la voluntad de renovar la Iglesia, debe apoyarse en las extenuadas y vacías Iglesias nacionales del viejo continente, en primer lugar la de Alemania, para poner en práctica su programa, pero encontrándose precisamente con la resistencia tenaz de las jóvenes y fervientes Iglesias africanas.

También dentro de la curia romana esta fractura es visible a simple vista. El cardenal predilecto de Jorge Mario Bergoglio es el octogenario Walter Kasper, alemán, mientras que el más opuesto a él es el guineano Robert Sarah, héroe y faro para gran parte de la Iglesia Católica, no sólo de África.

En los dos sínodos convocados en el 2014 y en el 2015 el papa Francisco percibió personalmente las resistencias a las innovaciones que quería introducir, en ese terreno minado que es el cuidado pastoral de la familia.

Para domar a los opositores hizo una jugada astuta, como cándidamente reveló a posteriori un protegido suyo, el arzobispo Bruno Forte, cuando mencionó estas palabras textuales dichas a él por el Papa durante el sínodo: « Si hablamos explícitamente de comunión a los divorciados que se han vuelto a casar, no sabemos qué desorden podemos llegar a provocar. Entonces no hablemos de modo directo, hazlo de tal forma que estén presentes las premisas, después yo extraeré las conclusiones ».

De hecho, es exactamente lo que sucedió. Bergoglio no dijo nunca claramente que quería admitir a la comunión a los divorciados que se han vuelto a casar, acto jamás permitido anteriormente por la Iglesia Católica. Pero le dio cuerda a los paladines de la innovación, con los alemanes a la cabeza. Y archivado el doble sínodo sin vencedores ni vencidos, él mismo se ocupó de extraer los resúmenes en la exhortación apostólica « Amoris laetitia », en la que deslizó las novedades queridas por él en un par de sibilinas notas a pie de página, entre lo dicho y lo no dicho.

Pero justamente ese « desorden », palabra suya, que logró evitar en el sínodo, Francisco lo ha visto surgir después, porque las ambigüedades deliberadamente introducidas por él en « Amoris laetitia » han desatado una ingobernable explosión de interpretaciones teóricas y de aplicaciones prácticas contradictorias.

Con el resultado, por ejemplo, que en la diócesis de Roma se admite la comunión a los divorciados que se han vuelto a casar y que viven « more uxorio », mientras que en la diócesis de Florencia todavía no; en San Diego sí y en Filadelfia no. Y así en todo el orbe católico, donde entre diócesis y diócesis y entre parroquia y parroquia se aplican ya las prácticas más diferentes y opuestas, y todas se remiten a la respectiva lectura de « Amoris laetitia ».

No sólo están en juego los sí o los no a la comunión, sino el final de la indisolubilidad del matrimonio y la admisión del divorcio también en la Iglesia Católica, como ya está sucediendo entre protestantes y ortodoxos.

Cuatro cardenales, el italiano Caffarra, el estadounidense Burke y los alemanes Meisner y Brandmüller, éstos últimos en la postura opuesta a la de otros connacionales suyos, han pedido públicamente al Papa que resuelva con una palabra de una vez por todas las « dudas » doctrinales y prácticas puestas en circulación por « Amoris laetitia ».

Francisco no ha respondido hasta ahora. Ni lo podrá hacer, a menos que se contradiga a sí mismo.

(Traducción en español de José Arturo Quarracino, Temperley, Buenos Aires, Argentina)

———-

Esta nota ha sido publicada en « L’Espresso » n. 3 del 2017, en los kioscos el 22 de enero, en la página de opinión titulada « Settimo cielo » confiada a Sandro Magister.

He aquí el índice de todas las notas precedentes:

> « L’Espresso » al séptimo cielo
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*

Quella dei vescovi di Malta, con il suo turbolento retroscena, è solo l’ultima delle istruzioni che alcuni vescovi hanno dato alle rispettive diocesi, su come interpretare e mettere in pratica « Amoris laetitia ».

Istruzioni spesso tra loro contraddittorie, per cui avviene che in una diocesi la comunione ai divorziati risposati che vivono « more uxorio » è ammessa, mentre in un’altra diocesi, magari confinante, no.

Ma c’è di più. Accade persino che in qualche diocesi siano ammessi ufficialmente sia il « sì » che il « no », tutti e due insieme.

È questo il caso, ad esempio, dell’arcidiocesi di Firenze.

Qui l’arcivescovo, il cardinale Giuseppe Betori, ha fatto partire un « percorso diocesano di formazione » per istruire i sacerdoti e fedeli sulla giusta lettura di « Amoris laetitia ».

Nella prima tappa del percorso, lo scorso 8 ottobre, per una introduzione generale al documento di papa Francesco, Betori chiamò il cardinale Ennio Antonelli, suo predecessore come arcivescovo di Firenze e poi presidente dal 2008 al 2012 del pontificio consiglio per la famiglia, un’autorità in materia.

Antonelli dettò istruzioni in perfetta continuità con il magistero dei precedenti papi, escludendo quindi la comunione ai divorziati risposati che vivono « more uxorio ». E tenne fermo questo divieto nonostante pochi giorni prima, per la diocesi di Roma, il cardinale vicario Agostino Vallini avesse dato il via libera alla comunione, con l’approvazione di Francesco:

> A Roma sì, a Firenze no. Ecco come « Amoris laetitia » divide la Chiesa

Dopo di che, una volta al mese, Betori ha chiamato e sta chiamando altri oratori, per illustrare l’uno dopo l’altro i vari capitoli di « Amoris laetitia ».

Ma a chi affiderà, il 25 marzo, il compito di dettare le linee guida per l’interpretazione del capitolo ottavo, quello più controverso?

A monsignor Basilio Petrà, presidente dei teologi moralisti italiani, cioè a uno dei più accesi sostenitori del via libera alla comunione ai divorziati risposati.

In un ampio commento dell’esortazione sinodale pubblicato lo scorso aprile sulla rivista « Il Regno », Petrà ha addirittura escluso come « non necessario » l’affidarsi al sacerdote e al foro interno sacramentale, cioè alla confessione, per « discernere » se un divorziato risposato può fare la comunione.

Ha scritto:

« Il fedele illuminato potrebbe giungere alla decisione che nel suo caso non ci sia la necessità della confessione ».

E ha spiegato:

« È [infatti] del tutto possibile che una persona non abbia l’adeguata consapevolezza morale e/o non abbia libertà di agire diversamente e che, pur facendo qualcosa oggettivamente considerato grave, non compia un peccato grave in senso morale e dunque non abbia il dovere di confessarsi per accedere all’eucaristia. ‘Amoris laetitia’ al n. 301 allude chiaramente a questa dottrina ».

Come dire: libero ciascuno di fare da sé, « illuminato » o inconsapevole che sia.

Al 25 marzo mancano un paio di mesi. E da qui ad allora per il clero e i fedeli di Firenze dovrebbe continuare a valere il « no » dettato e argomentato dal cardinale Antonelli.

Ma dopo il 25 marzo anche il « sì » avrà valore ufficiale. Nella stessa diocesi. E ci si stupisce se poi nascono dei « dubia » sulla chiarezza di « Amoris laetitia »?
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